Sono solo un ricordo, di C.K. Harp

aep-sono-solo-un-ricordoAutore: C.K.Harp
Lunghezza stampa: 219 pagine
Editore: Selfpublishing
Lingua: italiana
Acquistabile qui

Trama:

La vita non è stata facile, per Tyrone Vidal. L’infanzia e l’adolescenza con un padre autoritario e violento lo hanno provato e reso insicuro, ostacolando le sue naturali inclinazioni. Solo il matrimonio con Sandy e la nascita della loro bambina Janet sembra restituirgli un po’ di serenità, almeno finché non si imbatte in Richard Ford. Il giornalista freelance rivoluziona tutta la sua vita, lo riporta alla sua vera essenza e lo sprona a credere in se stesso e in ciò che è realmente. L’attrazione che Tyrone prova per lui impiega un battito di ciglia a diventare amore e neanche il richiamo del suo matrimonio sembra essere sufficiente a minare il forte sentimento che lo lega a Ford.

Ma la mente gioca brutti scherzi, e se per tutti questa è una mera constatazione, per lui diventa un futuro scritto quando arriva la notizia di una malattia che, in maniera lenta e subdola, sta iniziando a minare il suo corpo e i suoi ricordi. Eppure la realtà, come spesso accade, supera qualsiasi prospettiva e se il passato comincia a diventare sfocato, un grande amore può diventare l’unico faro da tener presente per navigare a vista. E respirare davvero come non si è mai fatto. 

Recensione:

C.K.Harp è indubbiamente una scrittrice di talento, che con il suo stile tiene incollati i lettori sin dalle prime pagine di questo romanzo, strutturato in un modo molto originale, quasi rischioso, e con una storia molto commovente e coinvolgente.

Una storia che non è solamente quella dell’amore tra due uomini ‒ o almeno non ho avuto l’impressione che fosse solo quello lo scopo ultimo dell’opera ‒ ma la storia di un amore che alla fine ha ragione su tutto, che trionfa su tutto, al di là di un lieto fine che c’è, anche se non si vede.

Come si evince dalla sinossi, il protagonista è affetto da una malattia degenerativa. Ed ecco qui la prima grande sorpresa: l’autrice inizia proprio con i pensieri disperati e pieni di vergogna di Tyrone, dal cui punto di vista è narrato l’intero romanzo, che vede e sente se stesso, o meglio il proprio corpo, manipolato, lavato, vestito, imboccato senza che lui possa dire o fare nulla, nemmeno manifestare disagio o dolore.

Il modo in cui vengono espressi questi momenti è ciò che più ho apprezzato dello stile della Harp, che riesce a immergerci nella mente dell’uomo ormai devastato dalla malattia, in grado di percepire tutto quanto, ma completamente inabile a interagire e a comunicare, come un murato vivo che sente la vita al di là del muro che lo separa e isola dal resto del mondo. Ma come un murato vivo, sente e prova ogni emozione, ingigantita e deformata dalla mancanza di memoria, che viene sollecitata da stimoli esterni, come voci, sapori e profumi, che si prendono gioco di lui suscitando ricordi a metà, piccoli tasselli che Ty non riesce a sistemare nella giusta collocazione. Per questo, nelle parole della scrittrice troviamo una persona che più che pensieri, prova emozioni pure, non filtrate più da tutti quegli schemi mentali sviluppati durante la vita, che rendono ognuno di noi quello che è.

Sprazzi di pensieri, che vagano come schegge impazzite, ma con una sola costante che tiene ancora salda la mente dell’uomo: il ricordo del suo grande amore, Richard.

La gente credeva che, una volta sopraggiunta la malattia, la luce della ragione migrasse da qualche parte, gettando l’involucro che l’aveva contenuta nell’oblio più totale. E sbagliava… Sbagliava perché quella fottutissima ragione tornava a sprazzi più o meno lunghi, pungolava, indicava, riportava alla memoria e poi spariva, lasciando il vuoto. Ma anche inconsciamente, Tyrone sapeva quando sarebbe tornata. Sentiva quella cristo di luce in agguato, pronta a illuminare parti di passato che a quel punto sarebbe stato preferibile lasciar perdere, dimenticare del tutto.

***

Che senso aveva ricordare il tocco di Richard, il suo sguardo affilato e tagliente, il dolore che gli aveva inferto con i suoi discorsi da pavido figlio di puttana, ora che non sapeva che farsene? Ora che non poteva porre rimedio ai suoi errori, che cazzo di senso aveva ricordare ed essere presente a se stesso?

Altre voci, però, si alternano a quelle del protagonista, e scopriamo tutto il resto della vicenda quando, a un certo punto, la narrazione cambia e i pensieri e le emozioni sono esposte con uno stile epistolare, in lunghe lettere colme d’amore, ma anche di rabbia e di angoscia, scritte da Tyrone al suo Richard. Ci raccontano fatti e avvenimenti che si susseguono in un arco di quasi trent’anni, e ci fanno conoscere più a fondo i due amanti e le persone con le quali hanno condiviso, nel bene e nel male, la loro vita.

Ho temuto che, con questo alternarsi di stili e salti temporali, il romanzo potesse perdere di logica e omogeneità, ma la Harp invece è riuscita a dare vita a una storia fortemente coinvolgente e del tutto coesa, credibile in ogni sua parte, personaggi compresi.

Tyrone è quello che mi ha suscitato sentimenti contraddittori, a dispetto di tutte le sue sofferenze subite in passato e l’amore sincero per la moglie e la figlia. I suoi sensi di colpa, dettati dal senso del dovere e dall’affetto, spesso mi hanno esasperata, soprattutto a proposito della scelta di affrontare per anni la malattia da solo, anche se ovviamente tale scelta è dovuta alla paura di vedere negli occhi di chi lo ama il dolore per la sua sofferenza. Le lettere che scrive a Richard, però, sono tra le più commoventi che si possano leggere, dalle quali poi si capisce che è un uomo capace di amore immenso. Amore per la moglie e per la figlia, nonostante siano la causa maggiore di sofferenza per lui, e soprattutto per Richard, l’uomo che lo ha costretto a guardarsi con occhi nuovi e aperti, restituendogli la sua vera essenza.

Richard è visto ovviamente attraverso gli occhi Tyrone, pertanto affascinante e bellissimo, sicuro di sé. Personalmente, invece, l’ho percepito come un uomo che paga sulla propria pelle tutte le scelte dolorose ma necessarie. E mi è apparso l’unica persona veramente sola, soprattutto quando viene privato dell’amore di Tyrone, il quale, al contrario, può contare quantomeno sulla moglie. Ho avvertito tutta la sua sofferenza e umiliazione nell’essere allontanato nel momento più duro della malattia del suo uomo, quando quest’ultimo non può più parlare e decidere per se stesso, e ho amato quella grandezza d’animo che gli permette di perdonare tutto.

Sandy, la moglie di Tyrone… esistono davvero persone così. Quello che fa è quasi eroico. Non credo che molti potrebbero crederlo possibile, eppure è così, succede ed è successo anche nella vita reale. Per darle un po’ più di credibilità, la vediamo commettere errori dettati comunque dalla sofferenza, cose di cui poi si prende la piena responsabilità.

La dedizione al padre ormai invalido della figlia Janet può stridere con la rabbia che, da ragazza, provava verso di lui, sentendosi tradita come figlia, non potendo accettare l’omosessualità del genitore, ma in realtà è un atteggiamento perfettamente credibile e coerente con il personaggio. Se proprio dovessi trovare un difetto, mi sia concesso dissentire sulla copertina, sulla quale i soggetti non rimandano per niente né ai protagonisti, ben definiti dall’autrice, né alla storia.

Per tutto il resto, rimane un bel romanzo, intenso, coraggioso e vero, colmo di pagine capaci di far palpitare il cuore.

“E non te ne andrai dal mio cuore, neanche quando sembrerà che questo non batta più. Perché noi siamo stati uniti per camminare insieme, per volare insieme, per vivere insieme.”

Annesa

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