Dentro soffia il vento, di Francesca Diotallevi

AeP - Dentro soffia il ventoAutore: Francesca Diotallevi
Lunghezza stampa: 222
Editore: Neri Pozza
Lingua: Italiano
Acquistabile qui

Trama:

In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche “anima pia” esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano “pozioni” approntate da una “strega” che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata… 

Recensione:

Ci sono libri che ti entrano dentro, che ti parlano, si legano a qualche filo invisibile della tua anima e diventano un tutt’uno con te. Da quasi un quarto di secolo, la classifica di quelli che per me sono capolavori assoluti è rimasta immutata; credo che da questo momento, con questo libro, Francesca Diotallevi abbia raggiunto il mio personale palmares. Quello che mi fa apprezzare un libro, oltre alla bellezza della storia, ai personaggi e allo stile, è quel particolare stato d’animo che subentra quando cominci a leggere e il mondo in un certo senso entra in sospensione. Ti guardi intorno con lo stesso sguardo pieno di meraviglia di un bimbo al luna park, perché ti sembra impossibile l’esistenza di tanta bellezza. È una sensazione molto simile all’amore. Forse è amore.

Mi è piaciuto tutto di questo libro, a partire dalla perfezione del punto di vista quando il lettore è immerso completamente nell’anima del personaggio e viene imboccato solo con ciò che questi vuole pensare; salvo poi accorgersi, piano piano, che le cose non stavano esattamente come apparivano. Invece era il personaggio che negava certe parti di sé. Parti che era come se non esistessero ma in realtà c’erano, e premevano, lo tormentavano. La narrazione in prima persona è indispensabile per un percorso di questo genere. Tre sono le voci attraverso cui si dipana il racconto: Don Agape, Fiamma e Yann. Dei tre, colui che davvero cresce e cambia nel lasso di tempo in cui si svolge la storia è il sacerdote, che prende coscienza di sé e trova la sua vera vocazione.

Un particolare mi ha colpito: all’inizio immaginavo Don Agape come il classico curato di campagna ‒ magro, un po’ curvo, non particolarmente alto ‒ invece, alla fine, si scopre che è un uomo grande e imponente. Ed è lui stesso a dircelo e a tirare le giuste conclusioni:

Non pesava niente, mentre io mi sentivo addosso un vigore nuovo. Ero sempre stato un uomo imponente e mi ero sempre vergognato di esserlo; mi sentivo inadeguato in quel corpo ampio, che occupava troppo spazio. Finalmente riuscivo a dare un senso alla mia corpulenza: significava protezione.

È molto bello che la percezione fisica che il lettore ha del personaggio cambi insieme alla percezione che il personaggio ha di sé stesso.

Di Yann, invece, sappiamo subito che è massiccio e granitico come le montagne. Ho amato molti personaggi maschili nel corso dei miei anni di letture, ma nessuno mai mi aveva affascinata come lui. È ombroso, scostante e freddo, eppure un uomo. Un uomo vero. Un montanaro plasmato dall’ambiente in cui vive e dalla montagna che tanto ama. Montagna che lo ha tradito ma che lui continua ad amare, anche se non lo dice mai. La sua rabbia, la sua passione, la sua testardaggine. Mi è piaciuto tutto. Diversamente da Don Agape, Yann non deve prendere coscienza di sé e di ciò che è e prova. Lui lo sa e in un certo senso lo ha anche accettato. Deve solo perdonarsi e darsi una possibilità. Deve perdonare e dare una possibilità. Può cercare di negare, di sfuggire, ma dentro di sé sa di non avere scampo.

Quella notte lei era stata incostante, come sempre, ma anche fragile, e questo mi aveva spiazzato. L’avevo guardata piegarsi su se stessa, l’avevo ascoltata piangere, lacrime e singhiozzi, e per un solo istante le avevo invidiato quella capacità di lasciarsi andare. Di avere dentro qualcosa che non fosse fatto di roccia e ghiaccio, qualcosa che potesse sciogliersi e colare via. Via dagli occhi, via dal cuore.

Poi c’è Fiamma. La strega. I capelli rossi e lo sguardo limpido. Il suo rapporto con Yann e Raphaël. L’amicizia e l’amore. La gelosia. La solitudine. La forza. La fragilità. La saggezza. È Fiamma che, con poche parole, insegna a Don Agape cosa è Dio. Che gli instilla nella mente il tarlo della ribellione. Non del dubbio, perché il sacerdote ha sempre dubitato.

Dio è nei dettagli.

Là dove Yann è un uomo, Fiamma incarna il giudizio antico della terra. Sa qual è il suo posto, sa quali sono i suoi sentimenti e sa che non può farci nulla.

Le avevo tenuto la mano, fino alla fine, senza rivelarle che io amavo già. Che l’amore mi aveva scelto in una notte di tormenta, mi aveva avvinto senza lasciarmi scampo. E anche se non lo volevo quell’amore, che era sofferenza e solitudine, lo custodivo come mia madre aveva custodito il nome dell’uomo che mi aveva dato la vita, come un segreto da difendere a qualunque costo, da celare nella parte più profonda di me.

La montagna è un altro personaggio. È come una madre implacabile che educa i propri figli alla sofferenza. L’autrice non si dilunga in descrizioni ambientali, ma dipinge con brevi pennellate il paesaggio in cui si svolgono le vicende; pennellate che sono le sensazioni e i pensieri dei personaggi. Il risultato però non è una visione soggettiva o unilaterale, bensì l’affresco perfetto di un mondo. È forse uno degli aspetti che più mi sono piaciuti e che mi hanno strappato un sorriso affascinato durante la lettura. La montagna e i suoi abitanti sono un tutt’uno. Non si possono scindere. Non lo capiscono gli zingari, pur nella loro saggezza antica, ma lo capisce Raphaël quando cerca di allontanarsene. Non si può fuggire da ciò che ti ha plasmato e dà la forma alla tua anima.

Un’ultima cosa: struggenti le lettere che Raphaël scrive dal fronte. Descrivono alla perfezione la follia della guerra.

Siedo quaggiù, in questa fossa che forse diventerà la mia tomba, tra compagni che magari domani saranno morti. Non credevo che il mondo sapesse essere tanto crudele, che potesse strapparti di dosso ogni gioia e sputarla ai tuoi piedi. Quello che mi avvilisce, che mi demoralizza, è vedere morire così inutilmente. Non siamo altro che pezzi di carne da macello. La Patria è soltanto un’illusione.

Due parole per la scrittura: asciutta, pulita, aspra e possente. Eppure poetica, perché con le sue parole l’autrice riesce a evocare un passato che ci appartiene. Si respira un’aria antica, quasi come se il vento che soffia attraverso le pagine ci riportasse alle nostre origini. È un libro antico che parla di un tempo ormai quasi dimenticato, ma che forse ci scorre ancora nel sangue – perlomeno per chi, come me, lo ha conosciuto attraverso i racconti diretti di coloro che lo hanno vissuto. Cosa più importante, però, è un passato nostrano. Il borgo di Saint Rhémy non è un’entità lontana come può esserlo un paesino nella campagna inglese. Saint Rhémy siamo noi. È la nostra aria quella che si respira, nostri i sentimenti, le nostre chiusure, le paure e i pregiudizi.

Consiglio questo libro? Non lo so, perché come per tutte cose belle vorrei tenerlo per me e me sola. Vorrei essere una dei pochi a conoscerlo e sentirmi parte di qualcosa di speciale, ma non sarebbe giusto, quindi sì, lo straconsiglio perché è davvero meraviglioso.

Vittoria

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