Il libro delle cose nuove e strane, di Michel Faber

AeP - Il libro delle cose...Autore: Michel Faber
Lunghezza stampa: 578 pagine
Editore: Bompiani
Lingua: Italiano
Traduzione a cura di: A. Pezzotta
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Trama:

Tutto ha inizio quando Peter Leigh, un devoto uomo di fede, viene chiamato a compiere la missione di una vita, una missione che lo porterà a galassie di distanza dalla sua amata moglie, Beatrice, in territori forse ostili. Peter non può sottrarsi e parte. Ma a poco a poco si immerge nei misteri di un ambiente nuovo e incredibile, governato da un’enigmatica organizzazione conosciuta solo come USTC. Il suo lavoro lo porta a contatto con la popolazione nativa, apparentemente amichevole, alle prese con una pericolosa epidemia e ansiosa di ricevere gli insegnamenti di Peter – la sua Bibbia è il loro “libro delle cose nuove e strane”. Con sua moglie Peter intrattiene una fitta corrispondenza, ma le lettere di Beatrice all’improvviso si fanno sempre più disperate e Peter ne rimane scosso: tifoni e terremoti devastano interi paesi sulla Terra e i governi sono in bilico. La fede di Bea, un tempo faro delle loro esistenze, inizia a vacillare. La lontananza che separa i due amanti, misurata in distanze siderali, e agli estremi della quale ci sono un mondo appena scoperto e un altro ormai al collasso, minaccia di diventare una voragine incolmabile e sempre più profonda: mentre Peter cerca di conciliare i bisogni della sua congregazione con i desideri del suo strano datore di lavoro, Bea lotta per sopravvivere. Le prove che affrontano Bea e Peter mettono a nudo la loro fede, il loro amore, le loro responsabilità. 

Recensione:

Conoscevo Michel Faber per aver letto Il petalo cremisi e il bianco, che mi era piaciuto abbastanza. Così, quando mi sono trovata davanti questo libro dal titolo tanto particolare non ho esitato. Ammetto di non essere religiosa. Non vado in chiesa, non prego, non mi interrogo sull’esistenza o meno di Dio. Però mi piaceva l’idea di scoprire come l’autore avrebbe risolto i dilemmi relativi alla perdita della fede da parte di uno dei componenti di una coppia.

Il libro si apre con Peter in procinto di partire per Oasi, un pianeta lontano e quasi sconosciuto. Probabilmente ispirato dalle storie dei missionari in Africa o in sud America, l’uomo crede di dover lottare affinché gli oasiani si avvicino a Dio. Invece, quando arriva sul pianeta dall’altra parte della galassia scopre che lo stavano aspettando con impazienza e che addirittura la sua presenza era stata richiesta in cambio del loro aiuto.

Gli oasiani, in quanto alieni, sono ovviamente diversi da noi umani, al punto che la reazione iniziale di Peter è di disgusto. Poi lentamente si abitua, anche se non riesce a riconoscerli uno dall’altro, se non attraverso il colore dei vestiti. Una particolarità è che gli oasiani non si fanno chiamare col proprio nome ma Amico di Gesù uno, Amico di Gesù due ecc. La sorpresa di trovarli già convertiti, ovviamente, non colpisce solo Peter, ma anche il lettore, che si chiede come questo sia possibile e perché.

Peter, essendo un pastore anglicano, è sposato, ma sua moglie, Bea, non è stata accettata per la missione e quindi rimane sulla Terra. I due però si scrivono, anche se non troppo regolarmente. All’inizio le lettere sono simili: i due si affidano entrambi alla misericordia, si raccontano quello che fanno e come si sentono, richiamano ricordi del passato e li collegano a versetti delle scritture. Ma piano piano comincia a diventare valido il vecchio assunto ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ e Peter si allontana. A lui non sembra, ovviamente, ma il suo interesse per i nuovi discepoli assorbe tutta la sua attenzione e non riesce a pensare ad altro. Non nel senso che ne è ossessionato, ma nel senso che la Terra e ciò che sulla Terra accade è per lui distante non solo a livello spaziale, ma anche e soprattutto a livello emotivo. Lo stesso accade a quasi tutti i tecnici che abitano a lavorano alla base USTC. Sembrano tutte persone molto pacate, gentili, comprensive, invece dopo un po’ ti viene il sospetto che Oasi sia una specie di Isola dei lotofagi, e infatti il ‘fiore bianco’ che gli oasiani forniscono agli abitanti della base, assomiglia molto al fiore di loto che fa perdere ai compagni di Ulisse la memoria di se stessi e delle loro vite, legandoli all’isola. Anche Peter ne sembra affetto e le lettere sempre più terribili di Bea non sembrano scalfirlo più di tanto, al punto che spesso non trova neppure le parole per risponderle, fino a quando la donna perde completamente il controllo e lo accusa di essere un egoista, arrivando persino a rinnegare Dio. Neppure questo riuscirà però a scuoterlo.

Ammetto che si tratta di un libro particolare, però l’ho trovato interessante. La parte religiosa non è pesante e si capisce fin da subito che è funzionale alla storia. L’intento dell’autore non è quello di convertire, anzi, forse direi il contrario: vuole dimostrare che Dio è qualcosa a cui ci aggrappiamo nella speranza di un destino migliore (per esempio Peter che riesce, grazie a Bea, a lasciarsi alle spalle la tossicodipendenza e l’alcolismo), ma quando la vita colpisce con tutta la sua crudezza, allora ti senti abbandonato anche da Dio e l’unica cosa che ti rimane sei tu stesso.

Altro elemento del libro che mi ha piacevolmente colpito è la scrittura: molto pacata, tranquilla, che riesce a trasmettere perfettamente il ritmo della vita su Oasi, salvo poi diventare arrabbiata, incerta, pazza quando a parlare è Tartaglione, la voce fuori dal coro. Bellissimo anche il modo con cui l’autore sceglie di far parlare gli oasiani e la resa grafica dei loro difetti di pronuncia.

Un libro davvero consigliato. Non dà risposte e non suscita domande, racconta semplicemente una storia.

Vittoria

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